“Quando arrivò nella parte di darrè la villetta, andò a sbattere contro quella che sulle prime gli parse una troffa di spinasanta. Puntò la pila, taliò meglio e fece un urlo. Aveva visto un morto. O meglio, un moribondo. Il grande aulivo saraceno era davanti a lui, agonizzante, dopo essere stato sradicato e gettato ’n terra. Agonizzava, gli avevano staccato i rami dal tronco con la sega elettrica, il tronco stesso era stato già profondamente ferito dalla scure. Le foglie si erano accartocciate e stavano seccando.
Montalbano si rese conto confusamente che si era messo a chiangiri, tirava su il moccaro che gli nisciva dal naso aspirando a sussulti come fanno i picciliddri. Allungò una mano, la posò sul chiaro di una larga ferita, sentì sotto il palmo ancora tanticchia d’umidità di linfa che se ne stava andando a picca a picca come fa il sangue di un uomo che muore dissanguato. Levò la mano dalla ferita e staccò ’na poco di foglie che fecero ancora resistenza, se le mise in sacchetta. Poi dal chianto passò ad una specie di raggia lucida, controllata (…)”
[Andrea Camilleri, L’odore della notte]
Il commissario Montalbano, celeberrimo personaggio inventato da Andrea Camilleri, si commuove fino alle lacrime alla vista di un ulivo destinato a morire non per cause naturali, ma per l’azione di un uomo. Del resto, l’ulivo affonda le sue radici nella storia stessa dell’umanità, e la sua esistenza ha impregnato i racconti popolari, la mitologia, la poesia e la religione nel corso dei secoli. La sua millenaria storia comincia nell’area geografica tra l’Asia Minore e l’Asia Centrale, dove la sua presenza sembra risalire a circa 6.000 anni fa. I fenici diffusero la sua conoscenza sulle rive del Mediterraneo, mentre furono i greci a cominciare a coltivarlo in modo sistematico. Proprio in Grecia, i vincitori delle Panatenee ricevevano in dono l’olio ottenuto dai circa 2.000 ulivi sacri che crescevano nei dintorni di Atene; chiunque avesse osato sradicare anche solo una di quelle piante sarebbe stato punito con la pena di morte. Non erano solo gli ulivi sacri a essere protetti, visto che anche gli ulivi “profani” dell’Attica venivano tutelati contro eventuali aggressioni: in quel caso, la pena prevista era pecuniaria, ma di notevole entità, dal momento che il colpevole dell’abbattimento indebito di una pianta veniva punito con un’ammenda di 100 dracme (l’equivalente di circa 2.000 euro).
Anche la legge italiana vieta l’abbattimento degli alberi di ulivo (il D.Lgs.Lgt. 27 luglio 1945, n. 475 stabilisce che è vietato l’abbattimento degli alberi di olivo oltre il numero di cinque ogni biennio), e chiunque abbatta alberi di ulivo senza averne ottenuta la preventiva autorizzazione o non esegue il reimpianto con le modalità e nei termini prescritti è punito con l’ammenda prevista al comma 4 del D.Lgs. n. 475/1945. Insomma, ancora oggi, in Italia, la legge tutela questi preziosi alberi e punisce chi li distrugge.
Eppure, esiste un luogo dove, da decenni, gli alberi di ulivo vengono sradicati o danneggiati, offendendo non solo la loro sacralità, ma anche la cultura e il lavoro di un popolo che si è sempre dedicato alla loro cura, traendo da essi occupazione e sostentamento, tanto da farne il simbolo dell’intera popolazione, della sua capacità di resistenza e del legame con la propria terra. Secondo le Nazioni Unite, tra il 2020 e il 2023, sono stati abbattuti oltre 35.000 ulivi palestinesi e, facendo partire la conta dal 1967, gli alberi sradicati ammontano a oltre 800.000. In molti casi, gli uliveti sono stati rasi al suolo con i bulldozer.
In Cisgiordania, oltre a radere al suolo le case dei palestinesi e a rendere inutilizzabili i pozzi, i coloni, spesso affiancati dall’esercito israeliano, attaccano gli uliveti, centro economico e simbolico della vita palestinese. Il periodo della raccolta, il culmine del lavoro di cura delle piante, coincide da anni con un’impennata degli attacchi contro i palestinesi che, nonostante le violenze, tornano nei campi, per subire nuove aggressioni. Per noi che, come quegli agricoltori, ogni anno diamo inizio, con entusiasmo e aspettative, alla raccolta delle olive, il fatto di venire aggrediti mentre svolgiamo il nostro lavoro è inimmaginabile, almeno nella stessa misura in cui è inimmaginabile subire un bombardamento mentre siamo in ospedale, per strada o a fare la spesa.
Dal 7 ottobre 2023, data dell’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, anche in Cisgiordania le violenze si sono moltiplicate. Secondo l'Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), solo tra il 7 e il 13 ottobre del 2025 si sono verificati 71 attacchi di coloni in Cisgiordania, metà dei quali contro agricoltori impegnati nella raccolta delle olive, nel chiaro intento di spingerli ad abbandonare le proprie terre, allo scopo di consentirne la confisca da parte dei coloni e l’espansioni degli insediamenti.
Al di là dei numeri e delle considerazioni, resta la strage degli alberi di ulivo, che si somma a quella delle persone, che la “integra”, perché lo sterminio non si concretizza solo con l’eliminazione fisica di donne, bambini e uomini, ma anche con la volontà di distruggere sistematicamente la loro vita e il loro lavoro, di impedire la coltivazione e la cura di piante che costituiscono una delle principali risorse del popolo palestinese e uno dei suoi principali simboli identitari. Attaccare gli uliveti significa danneggiare l’economia, ma anche infliggere una ferita morale a un popolo che da sempre trae sopravvivenza da un bene così prezioso.
Vorrei sottolineare che l’eliminazione degli alberi di ulivo non è solo un’offesa contro un popolo, parte di una strategia volta alla sua decimazione se non eliminazione, ma è anche un’azione compiuta in spregio alle più elementari norme per contrastare il cambiamento climatico, vista la spiccata qualità dell’ulivo di assorbire più anidride carbonica di quanta ne emetta durante il ciclo produttivo, contribuendo a mitigare il riscaldamento globale. Come non bastassero le guerre ad aggravare la situazione ambientale (di cui soffrono anche gli uliveti di tutta l’area del Mediterraneo, ovviamente)…
Come non bastassero bombardamenti e distruzioni, ruspe contro le case, stupri, arresti immotivati, umiliazioni e violenze che vanno al di là della nostra immaginazione, violazioni delle più elementari regole della vita in comune o della vita tout court, delle norme del diritto internazionale o della convivenza tra popoli, si è finito per offendere il più sacro degli alberi, simbolo di pace e valore, resistenza, forza e purificazione, e i suoi frutti da cui, nel corso di svariati millenni, si è estratto un alimento di fondamentale importanza per tutti i popoli dell’area del Mediterraneo, a cui questo albero generoso e leggendario ha permesso di usufruire di un cibo dalle straordinarie qualità alimentari, ma anche di illuminarsi, di compiere riti sacri, di ungere i re, e pure il corpo degli atleti.
L’aspetto strano, visto che gli attacchi agli uliveti sono spesso perpetrati da persone che si dichiarano ortodosse o ultraortodosse o che sembrerebbero seguire quella corrente di pensiero (vogliamo chiamarla così?), la Bibbia ebraica cita circa 40 volte l’ulivo, che è spesso associato ai concetti di salvezza e prosperità.
Nelle leggi sulla guerra, Mosè stabilisce che, in caso di assedio, gli alberi da frutto debbano essere risparmiati: "Quando cingerai d'assedio una città per lungo tempo, per espugnarla e conquistarla, non ne distruggerai gli alberi colpendoli con la scure; ne mangerai il frutto, ma non li taglierai: l'albero della campagna è forse un uomo, per essere coinvolto nell’assedio?" (Dt 20,19).
Dal momento che l’ulivo rappresenta un bene essenziale per la sopravvivenza, la raccolta delle olive, insieme alla mietitura e alla vendemmia, non può prescindere da un atto di solidarietà verso i poveri: "Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornare a ripassare i rami. Sarà per il forestiero, per l'orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare. Sarà per il forestiero, per l'orfano e per la vedova. Ricordati che sei stato schiavo nella terra d'Egitto; perciò ti comando di fare questo" (Dt 24, 20-22).
Le maledizioni che colpiranno chi non obbedisce ai comandi di Dio, riguardano anche la vita dei campi: "Pianterai vigne e le coltiverai, ma non berrai vino né coglierai uva, perché il verme le roderà. Avrai oliveti in tutta la tua terra, ma non ti ungerai di olio, perché le tue olive cadranno immature" (Dt. 28, 39-40).
Dell’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie, invece, il Salmo 128 dice: "la tua sposa è come vite feconda nell’intimità della tua casa, i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa".
Potrei continuare a lungo a elencare citazioni bibliche che esaltano l’ulivo non solo per il suo importante ruolo nella vita di tutti i giorni, ma anche per il suo elevato valore simbolico. Invece, concluderò dicendo che tutte queste parole parole rimangono, belle parole, metafore poetiche e significative, mentre continua la strage delle persone e delle loro fiere piante dalle chiome cangianti.
L’eco dell’invito di Vittorio Arrigoni a “restare umani” svanisce nel clangore delle battaglie aeree e nel ruggito delle ruspe, mentre le vite di esseri umani e alberi vengono cancellate senza rimorsi, accomunate in un tragico destino. E tuttavia, restare umani sarebbe l’unico antidoto all’inesorabile barbarie che sembra avere travolto noi e le nostre coscienze sonnacchiose.
Oggi non scriverò di olio e di olive.
Scriverò di uno stato d’animo, di quello che cerco in campagna, al mare, in montagna, negli occhi dei miei cani, dei momenti belli, senza nome e senza tempo, che ho vissuto nella natura.